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Per L’Italia, la Libia, deve essere una priorità sia in termini di sicurezza dei confini, come dimostra il dossier immigrazione, sia in tema di energia, come conferma l’importante presenza sul territorio di Eni.

L’Italia ha sempre cercato, negli anni passati, di giocare un ruolo strategico nel Paese perché ha sempre vantato un profondo conoscitore delle dinamiche libiche.

Negli ultimi anni c’è stata una precisa scelta politica, siamo stati assai attivi nel processo che ha visto nascere il Governo di Accordo Nazionale o GNA e del Consiglio Presidenziale congiuntamente all’ONU.

Successivamente, però, abbiamo deciso di perseguire una politica di equidistanza ovvero supportare Serraj e aprire contestualmente un dialogo con Khalifa Haftar.

Non è sbagliato voler puntare tutto su una politica di equidistanza ma è cruciale che questa sia innanzitutto davvero equidistante e soprattutto sia ben chiara ai nostri interlocutori, cosa che non è stato soprattutto negli anni per gli amici libici.

Avviare un dialogo con Haftar ha un profondo significato politico, il generale è diventato, grazie alla spinta dei suoi sponsor, un vero attore protagonista della crisi libica, tutto questo prima del 4 aprile 2019 quando ha avviato la sua campagna su Tripoli.

Questa posizione non netta, soprattutto dopo la dichiarazione di guerra del 4 dell’aprile 2019, ha iniziato a creare malumori a Tripoli, perché, ritengono nella capitale libica, che se si è schierati con una parte e contemporaneamente si dialoghi in modo attivo con l’altra si creano malumori ed attriti. I quali a lungo andare hanno creato disguidi nel rapporto politico con il GNA.

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