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Tra le esperienze di carattere traumatico sotto il profilo psicologico e sociale a cui un individuo può essere esposto, vi è senza dubbio la privazione della libertà personale; in questo caso non si parlerà di ciò nell’accezione giuridica del termine, ossia il caso di chi subisce un processo rischiando di essere condotto presso una struttura carceraria, ma si tratterà di quella libertà strappata in modo improvviso, violento, immotivato e traumatico per mezzo del sequestro di persona.

Impedire ad un soggetto di poter decidere in autonomia, imponendogli quando dormire, mangiare, se non addirittura cosa pensare, può essere considerata una delle forme di alienazione psicologica di maggior impatto, dotata di una forza dirompente in grado di sgretolare anche le strutture psichiche più solide; nella fattispecie, cercare di comprendere i connotati intrinseci al vissuto, di un individuo esposto ad un fenomeno altamente traumatico come quello del sequestro di persona, allo stato attuale risulta complesso e di difficile analisi, in quanto solo un approccio multidisciplinare può rendere maggiormente chiaro l’insieme di sfumature psico-emotive provate da un prigioniero

Tale argomento ha spesso attirato l’attenzione di specialisti provenienti da diversi ambiti di studio, dalla sociologia alla politica passando per l’economia e la religione, sino ad arrivare alla psicologia, la quale ha provato ad elaborare teorie in grado di comprendere cosa possa accadere nella psiche di un individuo, privato improvvisamente ed in modo violento della propria libertà.

Il rapimento è considerato uno tra i crimini più dannosi psicologicamente poiché, nonostante gli aiuti e i supporti psicologici posti in essere quali ad esempio la psicoterapia, l’ipnosi ed altro ancora, le vittime in genere impiegano molti anni per guarire dalle cosiddette ferite della mente, addirittura, in alcuni casi, senza riuscire a riprendersi completamente.

Le profonde cicatrici psichiche ed emotive che vengono inferte dal trauma perpetrato per mezzo di un rapimento, riducono le vittime a vivere una guerra interiore nel tentativo di riacquistare fiducia, indipendenza, amore e rispetto per sé stessi e gli altri.

Purtroppo, anche alcuni nostri connazionali sono stati vittime di sequestro all’estero; coloro per i quali le trattative di negoziazione sono andate a buon fine, permettendo quindi di far rientro in terra natìa, attraverso i racconti della loro prigionia hanno permesso di far conoscere le emozioni vissute, i loro umori, le sensazioni, gli stati d’animo, le paure, le speranze e le angosce, arricchendo, smentendo o confermando le teorie psicologiche prese in considerazione dai media, partendo, come spesso accade, solo da una base puramente accademica.

Nel presente elaborato si è voluta prendere in esame la recente liberazione della cooperante internazionale Silvia Romano; rapita nel 2018 mentre si trovava in Kenya per partecipare ad un progetto curato dalla onlus “Africa Milele”, presso il villaggio di Chakama nella contea di Kilifi, è stata in seguito consegnata al gruppo jihadista somalo al-Shabaab.

Non verranno trattate le sfumature relative alle polemiche scaturite sul piano politico o alle strategie d’intelligence poste in atto, ma si cercherà di approcciare la storia approfondendo solo i tratti psicologici ed emotivi, tra cui anche la sua conversione all’Islam, osservandone il cambiamento da un punto di vista psicologico e totalmente scevro da analisi di natura religiosa.

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