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Sull’insidioso fronte del finanziamento occulto alle attività jihadiste, si affaccia una nuova realtà, quella delle criptovalute, o monete digitali.

I continui trasferimenti di denaro da un Paese all’altro hanno lo scopo di distribuire i fondi necessari per finanziare le organizzazioni di estremisti islamici, ovunque dislocate nel mondo. L’esistenza di un’organizzazione terroristica e la capacità di raggiungere i suoi obbiettivi sono dettati anche dalla quantità e dalla provenienza delle risorse ottenute, necessarie soprattutto per garantire la sopravvivenza della cellula terroristica dal punto di vista dello sviluppo e del mantenimento dell’organizzazione.

Se si considera che le transazioni in criptomonete non incontrano ostacoli di confine e che il trasferimento di denaro avviene in forma anonima, non è marginale sottolineare che queste modalità di finanziamento siano da considerare un serio rischio per il sostegno fornito ai gruppi del terrore.

Le organizzazioni jihadiste hanno cominciato a sollecitare le donazioni in bitcoin già anni fa, intraprendendo vere e proprie campagne di raccolta fondi pro jihad che – a differenza delle campagne di raccolta fondi in cui era richiesto l’utilizzo dei tradizionali sistemi bancari – sono esplicite negli intenti.

Ad agevolare tutto questo c’è uno strumento potentissimo, ampiamente sfruttato dagli jihadisti: Internet. Applicazioni di messaggistica istantanea, social media e siti web pro jihad stanno avendo un ruolo fondamentare – non solo nell’agevolare i terroristi a perpetrare la loro causa, a diffondere propaganda, a reclutare nuove leve, ecc. – anche nella richiesta di sostegno economico ai suoi sostenitori, ovunque questi si trovino.

È pertanto auspicabile che venga adottato al più presto un approccio globale e internazionalmente condiviso da tutti gli Stati, per evitare che la criptomoneta passi dall’essere un metodo di finanziamento al terrorismo in via di sperimentazione a un metodo consolidato e di portata globale.

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