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È sempre stata questione di strategia. Fin fai tempi di Sun Tzu, la protezione dall’esterno, dal nemico, si basa sulla capacità di prevedere come l’avversario ha intenzione di organizzare le sue mosse, come questo intende la conflittualità e qual è lo sforzo in termini di tempo e risorse che prevede di impiegare; in sintesi, si tratta dell’essere in grado di “sapere prima” l’atteggiamento del nemico, ovvero conoscerne la strategia ed agire di conseguenza.

Questo era vero quando le guerre si combattevano sul campo e gli attori coinvolti erano i soldati addestrati ed armati, ed è ancora più vero oggi in una situazione radicalmente mutata, dove alle tre tradizionali dimensioni del conflitto se n’è aggiunta una quarta, iper-complessa, ovvero la dimensione cibernetica, nella quale il campo di battaglia è la rete, gli obiettivi sono i sistemi e le infrastrutture informatiche ed informative ed il nemico è un’entità virtuale sconosciuta.

In questa nuova dimensione in che modo è possibile dunque attuare delle previsioni circa la strategia del nemico, che fra l’altro non è neanche sempre identificabile? Ancora una volta, Sun Tzu fornisce una risposta attuale come non mai: “Pertanto il sovrano illuminato e il saggio generale che useranno gli uomini più intelligenti per lo spionaggio raggiungeranno grandi risultati. Le spie sono l’elemento più importante della guerra”.

L’idea dello spionaggio come arma è intrinseca nella storia dell’uomo e si è evoluta storicamente nel vasto settore dell’intelligence, ovvero la raccolta sistematica di dati e informazioni riguardanti il target individuato al fine di indirizzare le decisioni.

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